VACCINI, FARMACI, CORPO, ANIMA

So di poter sembrare impopolare. Chi mi conosce, lo sa: sono favorevole ai vaccini. Lo sono, perché hanno debellato malattie che conducevano alla morte; lo sono ancora di più, considerando la crescente immigrazione che porta con sé virus di cui non abbiamo i giusti anticorpi (e la cosa è reciproca per chi entra in contatto con noi e i nostri “bacilli”). Tuttavia, non sono favorevole alle esagerazioni, e trovo che la Legge attuale ne sia permeata. Pensiamo ai vaccini obbligatori cui i bambini da zero a sei anni sono costretti a sottoporsi: anti-difterica, anti-poliomielite, anti-tetanica, anti-epatite virale B, anti-pertosse, anti-Haemophilus influenzae tipo b, anti-meningococcica B, anti-rotavirus, anti-pneumococcica, anti-meningococcica C, anti-varicella, anti-morbillo, anti-parotite, anti-rosolia. A parte alcuni, molti di essi dovrebbero essere rivalutati nella loro effettiva utilità. La responsabilità maggiore appartiene ai genitori e al loro obbligo morale di prendersi cura del loro bambino, preservandolo da ambienti malsani. Pur essendo favorevole alle vaccinazioni, ritengo che esse debbano adattarsi e personalizzarsi al destinatario. Omologare un organismo all’altro è sempre deleterio, ma sembra che l’industria farmaceutica non tenga conto delle differenze effettive ed esistenti.

Indipendentemente dall’età, ci vengono proposti rimedi per ogni sintomo, e la loro dose e durata sono standardizzate, mai adattate al corpo per il quale il farmaco viene assunto; così, una persona alta un metro e sessanta e che pesa cinquanta chili, si vede prescrivere la stessa quantità di principio chimico attivo che viene prescritta ad una persona alta un metro e novanta, che pesa ottanta chili. Per non parlare della differenza tra uomini e donne, netta nel suo sistema biochimico ed elettrico, sia a livello di corpo che di apparato neurologico. E lo stesso vale per i cosiddetti “psicofarmaci”, somministrati per sedare l’eccesso di emozioni che va “contro la normalità”, cioè un modo di porsi quasi privo di sfumature, nonostante il concetto stesso di “normalità” non possa essere definito perfettamente (poiché da contestualizzare in un dato ambiente socio-culturale e periodo storico). I sintomi vengono spenti sul nascere, per impedire che essi siano un ostacolo alla vita quotidiana, fatta di ritmi imposti da una società volta all’omologazione e alla repressione del “ritmo personale”: in sostanza, per poter mantenere il posto di lavoro e una buona posizione nell’ambiente in cui si vive, bisogna soggiacere a regole che impongono un certo modo di fare, unitamente alla repressione dell’Io (inteso come corpo-mente-spirito). Non si tiene conto delle differenze personali e si omologa il genere umano come se questo dovesse essere rappresentato da individui tutti uguali.

La Farmacopea ufficiale rinnega i rimedi naturali, definendoli come "placebo", suggestioni, imbrogli del mercato new age; nonostante questo, propone farmaci con diciture “naturali”, quando, di davvero naturale, esiste solo una minima percentuale di preparato erboristico e tutto il resto è derivato da una sintesi chimica. E’ vero: per molti disturbi psicotici e somatici, è necessario un intervento d’urgenza, al fine di sedare il picco; tuttavia, perché non lasciare che, successivamente, sia il corpo stesso a riequilibrarsi, mettendo in azione il suo sistema immunitario? Senza voler entrare nel campo delle malattie “serie”, dove ogni scelta personale dev’essere libera, bisogna tenere sempre presente ciò di cui si accennava nel paragrafo precedente: la normalità non esiste, poiché nulla e nessuno è uguale agli altri, e ogni rimedio deve (dovrebbe) essere creato appositamente per “quella” persona, la cui storia personale è unica e irripetibile, mai paragonabile a qualsiasi altra. In questo modo, si terrà conto di tutte le molteplici sfumature appartenenti ad ogni individuo, unitamente alle sue reali necessità che sono sempre diverse, non solo da un individuo all’altro ma anche da un ciclo vitale all’altro, in base alle esperienze vissute e all’apprendimento evolutivo dell’anima.

Ogni volta che perdiamo “frammenti di anima”, il nostro corpo si espone alle malattie: questo accade in tutti i momenti di passaggio interiore (crescita), nei cambiamenti più dolorosi che fanno parte di ogni essere umano, dopo ogni tipo di separazione e in seguito ai piccolo traumi che, inevitabilmente, accompagnano ogni ciclo esistenziale. Anche la cosiddetta “morte dell’Ego” crea una lieve ferita, poiché richiede una sofferenza interiore che dà origine alla riflessione profonda. L’adattamento al nuovo stato – qualsiasi esso sia – corrisponde ad un vero e proprio “processo alchemico”, una distruzione cui fa seguito una ricostruzione, e tutto questo non è mai indolore. L’anima provata dallo stress derivante dall’energia densa cui deve sottostare, si lascia plasmare dalla trasformazione che è simile ad una Iniziazione col Fuoco; l’incapacità di arrendersi a quel Fuoco interiore è, quasi sempre, causa dello squilibrio che si crea e che, col tempo e il suo ripetersi, si ripercuote sul sistema corporeo. Ne consegue la malattia fisica, curata dalla Farmacopea ufficiale con quel sistema di standardizzazione di cui si parlava precedentemente, un tentativo di repressioni individuale che, anziché guarire l’anima, la fa ammalare ancora di più.

Così, per tirare le somme finali di questo articolo, possiamo comprendere quanto sia importante osservare ogni individuo nella sua totalità e, spesso, questa attenta osservazione evidenzia la vera cura di cui l’Essere Umano ha sempre bisogno: l’amore. Indipendentemente dalla storia di ciascuno, dal retaggio famigliare che portiamo con noi e dai nodi karmici che abbiamo accumulato, l’amore verso noi stessi è la base di ogni guarigione che possiamo mettere in atto. I farmaci possono modificare il nostro sistema chimico ma, se esso è costantemente influenzato dalla “malattia dell’anima”, non ci sarà alcun rimedio definitivo che possa eliminare i disturbi più profondi, evidenziati da sintomi psicologici e somatici che rappresentano il primo allarme di una vita vissuta senza badare mai ai ritmi personali o alle reali esigenze. Spegnere un allarme significa rimandare la guarigione dell’anima e, con essa, quella del corpo. E’ sempre una scelta libera, è vero, ma la presenza di nuove malattie dovrebbe farci riflettere sulla possibilità di cambiare le cose, prendere una nuova direzione, darci input più vicini al nostro vero Io, cose che nessun farmaco può aiutarci a comprendere, poiché basato sulla repressione di un sistema biologico perfetto che chiede di tornare a vivere, così com’era stato concepito sin dall’origine.

 

Paola Elena Ferri

 

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