L’ABISSO – IL MONDO DELL’ANSIA

Lo ammetto: anche io faccio parte della “schiera eletta” di chi, colpito dal fato, ha subito l’eterna condanna di una lotta senza fine: quella contro l’ansia. Perché mentire? Molte persone scelgono di intraprendere un determinato lavoro a favore di chi sta vivendo il loro stesso incubo, quello che, in un modo o nell’altro, hanno imparato a gestire. Ma è davvero possibile mettere a tacere quel demone che si impossessa di noi, all’improvviso, senza nemmeno darci il tempo di pensare ad una strategia di fuga?

L’ansia è una compagna di vita che non ci abbandonerà. E’ lì, pronta a ricordarci quanto la nostra anima sensibile sia soggetta a colpi che la segnano nel profondo: serve a farci guardare dentro, a farci capire il valore della nostra delicatezza e ad impedire che altri possano calpestarla. Gli altri… sì, quelli che non vivono il nostro stesso dramma quotidiano e che, nella loro inconsapevolezza, ci invitano a stare calmi, a reagire, a non pensare… Chi, di noi, non ha avuto accanto almeno una persona che non è stata in grado di comprendere, solo perché lei non conosce il nostro mondo fatto di continue allerte? Le relazioni più vicine a noi sono quelle che ci comprendono meno e che ci fanno soffrire di più. Uno strano gioco del destino che sembra non volerci dare pace.

Il nostro mondo è a parte. Abbiamo un nostro linguaggio, un nostro codice che solo noi possiamo comprendere; sopportiamo un’altra suggestionabilità e portiamo con noi tonnellate di paure per quello che potrebbe accadere; viviamo ritmi differenti dal resto del mondo, accelerati o dilatati, che, comunque, consolidano l’inferno dei momenti “clou”, quelli in cui l’ansia si impossessa del nostro corpo e lo fa tremare, cadere, paralizzare… ammalare. La somatizzazione è all’ordine di ogni momento vissuto a combattere contro i nostri stessi pensieri che, quando l’agitazione si intensifica, si moltiplicano all’infinito, trasformandosi in nuove realtà, mondi in cui siamo catapultati senza averlo mai chiesto e che, in un modo o nell’altro, si trasformano in una “zona di comfort”. Sì: alla fine, l’abitudine alla sofferenza è così radicata da rendere impossibile ogni forma di possibile felicità. Perché, in un solo istante, ci viene tolta.

Stare con una persone ansiosa è molto difficile, soprattutto se non si prova lo stesso tormento nei momenti di attacco: ci vuole un gran desiderio di restare al suo fianco, nel bene e nel male, anche quando il suo linguaggio si distacca da quello terreno e diventa quasi irreale. La gente che non conosce l’ansia ci guarda come se fossimo alieni che possono trovare conforto solo nei farmaci… ma non è così: ciò di cui abbiamo bisogno, alla fine, è un amore incrollabile che non tema le ombre che viviamo, un amore così forte da reggere i colpi che il demone ci infligge nei momenti di lotta maggiore. Come è capitato a me, capita a quasi tutti noi che le persone vicine si stanchino e si arrendano: questo non fa che aumentare la nostra insicurezza, così da trasformarci in terreno ancora più fertile per questa lotta eterna che solo noi, forse, abbiamo la forza di combattere.

Sì: i veri guerrieri siamo noi che ci affrontiamo, in ogni istante, e che non possiamo fuggire da noi stessi, come, invece, fanno altri. Non possiamo allontanare il nostro fardello. Non possiamo alleggerirlo. E’ per questo che non dobbiamo accontentarci di chi si stanca facilmente delle nostre angosce: questa persona non conosce il valore della nostra battaglia, non sa quanta forza dobbiamo mettere in scena per questa eterna farsa che è una vita mascherata. Siamo costretti a sorridere, per non spaventare, a fingere tranquillità per non impensierire, ad agire come automi ridanciani per non appesantire. E questo, a lungo andare, non fa che aumentare la sensazione di essere creature sbagliate in un mondo di “giusti”, una società dove, quasi sempre, gli specialisti ci spaventano con nuove diagnosi che consolidano la naturale ipocondria dell’ansioso.

Ci viene chiesto di cambiare. Ma cambiare per chi e da cosa? Se, in questo mondo, il numero di persone che soffrono d’ansia sta aumentando, un motivo ci sarà e, di solito, non è nascosto solo in chi ne soffre ma, anche, in chi crede di saperla gestire. Non credo si possa essere medico o psicologo che la cura, senza averla mai provata, perché mancherebbe quella parte di umanità necessaria a comprendere fino in fondo; quando accade – cioè, tutte le volte – ci troviamo di fronte a qualcuno che, dall’alto della sua conoscenza certificata da pezzi di carta, crede di poterci catalogare come casi. Alla fine, la maggior parte di noi si isola dal mondo dei “normali”, perché si sente costantemente giudicato… sbagliato.

Il nostro abisso non è infinito e non siamo votati alla sofferenza eterna, benché lo si possa credere: siamo solamente chiamati ad essere guerrieri per tutta la durata della nostra vita, e questo dovrebbe far capire agli altri quanto, in realtà, siamo meritevoli delle loro attenzioni che, spesso, ci troviamo ad elemosinare. Ma l’amore non è un merito, l’amore non è riconoscenza: l’amore, è, semplicemente. E noi, più di chiunque altro, lo sappiamo, perché abbiamo tanto amato. Forse è proprio per questo che, alla fine, la nostra ansia ha preso il sopravvento: per la paura di perdere, di essere abbandonati. Ed è per questo che abbiamo il dovere di non perderci da soli.

Nell’attimo in cui qualcuno minimizza ciò che proviamo, siamo gli unici che possano dare amore a noi stessi, gli unici che possano perdonarsi per ciò che gli altri non sanno o non vogliono sapere. Nonostante si pensi, noi saremo sempre “fatti così”: la nostra ansia non ci abbandonerà; impareremo solo a gestirla come parte della nostra vita che, nei momenti di cambiamento e di maggiore fragilità, si affaccerà, di nuovo, sulle ferite della nostra anima. Sarà allora che conosceremo la solitudine di questa guerra infinita, perché nessuno, al posto nostro, potrà combatterla.

Siamo guerrieri. Siamo eroi. Ma non lo sappiamo. Ci dicono il contrario e ci crediamo. Ci emarginano e ci etichettano come “matti” (dai, è capitato a tutti, inutile negarlo), solo perché non possono sedare quello che è parte della nostra anima, da sempre: le emozioni. Per quelle, esiste un solo farmaco: l’amore. E, se non c’è nessuno disposto a darcelo in modo incondizionato, tocca a noi diventare consapevoli della nostra forza che è proprio nell’ansia: una volta che avremo imparato ad usarla per i nostri intenti, non la temeremo più e la priveremo del suo finto ruggito. E’ ora di prendere in mano la spada e di abbassare la visiera dell’elmo: un’altra giornata ha inizio, un altro demone è sulla nostra strada. Siamo già stati preparati. Ora, è solo una questione di vittoria: la nostra.

 

Paola Elena Ferri

 

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