BAMBINI E PAURE – LA FERITA

Non mi occupo di psicologia, psicanalisi o psichiatria ma, a quanto mi sembra di constatare, i bambini che nascono con uno spiccato squilibrio mentale sono molti di meno, rispetto a quelli che vengono al mondo senza particolari patologie. Per “patologie”, tendo ad escludere particolari sindromi, come quella di Down, e persino malattie inspiegabili la cui competenza è genetica, una branca che dovrebbe svilupparsi maggiormente, a mio avviso, quando, invece, viene surclassata da settori riguardanti la psiche e il corpo, quali veicoli di numerosi farmaci – molto spesso superflui e dannosi, soprattutto a causa dei numerosi effetti collaterali che li accompagnano e che indeboliscono l’organismo.

Evitando ogni possibile polemica (che non porta mai a nulla), mi limiterò a soffermarmi su una verità inconfutabile: nessun bambino nasce cattivo. La prova? Il fatto di dover dipendere completamente da persone che potrebbero fargli del male, in qualsiasi momento. Ogni bambino nasce con la fiducia nel cuore e un incredibile desiderio di vita. Ogni bambino, anche quelli che presentano già delle deformazioni: sono proprio i bambini che, quasi sempre, con il loro modo di fare giocoso e spontaneo, danno la forza alle loro mamme e ai loro papà di andare avanti, anche quando le cose sembrano molto difficili. I bambini portano con sé il vero potere della trasformazione, quello che dovrebbe interessare tutti noi “adulti” che, in un modo o nell’altro, abbiamo smesso di sognare.

Mi trovo ad osservare i parchi-gioco e le attrazioni, dove i bambini sono i veri padroni… ma non mi soffermo su di loro: la mia attenzione è attratta dai loro genitori e parenti, i quali, è evidente, vorrebbero poter salire sulle giostre, ridere e divertirsi, ma sono costretti a limitarsi ad accompagnare i figli, perché c’è sempre qualcuno che ricorda loro quanto siano “grandi” e quanto sia vietato accedere a ciò che la società rinnega loro: il gioco.

Così, l’adulto che si vede costretto a crescere tra mille privazioni impara molto presto che andare avanti con l’età significa disilludersi, amareggiarsi, spegnersi. E, alla fine, adotta lo stesso atteggiamento con i suoi figli – o con i bambini, in genere – con la solita frase: divertiti adesso, che poi… Ne consegue che, spesso, queste anime innocenti desiderino prolungare la fase della loro infanzia o, paradossalmente, spegnerla del tutto, accogliendo le tecnologie offerte loro dagli adulti e annegando, letteralmente, in esse. Le relazioni diventano virtuali sin da subito e si perde il gusto del rischio nell’intraprendere amicizie più vere. Il bambino diventa un clone (imbruttito) dell’adulto che lo piega al suo volere, smettendo di gratificarlo e imponendogli il suo potere, poiché il potere d’amore e di speranza che porta con sé il bambino appare come il vero nemico da combattere. L’illusione che non si vuole più vivere. Perché ha già ferito una volta e non deve ferire mai più.

Ma voglio tornare a quello di cui parlavo all’inizio di questo articolo, a ciò che crea una condizione di disagio nella mente di un bambino, il vero senso di tutto ciò che sta alla base di ogni manifestazione iniziale: le paure. E non parlo solo delle classiche paure che tutti conosciamo, come quella per il buio, l’acqua, quel tal giocattolo, eccetera, bensì di paure molto più astratte, impalpabili… determinanti: quelle dell’abbandono, del tradimento, della violenza, della non gratificazione… quelle che provengono dalla mancanza d’amore.

Sono convinta che, al mondo, siano davvero poche, le persone che si siano sentite davvero amate. E non è nemmeno colpa dei loro genitori se, a loro volta, essi sono stati poco (o male) amati. Viviamo in un mondo dove l’amore viene raccontato solo nei film, sempre in modo alterato e inverosimile, non solo in una coppia, ma anche tra genitori e figli. L’equilibrio affettivo si è talmente inaridito da amplificarne l’anelito, con forza sempre maggiore: la prova di questo sono i casi di ansia e depressione che non solo non cessano di esistere, ma aumentano, ogni anno di più, insieme a terapie infinite, fatte di parole e sostanze chimiche, da cui quasi nessuno esce guarito, oppure, se accade, inevitabilmente, prima o poi, manifesterà delle recidive. Perché non ha ricevuto ciò che, in realtà, stava chiedendo. Non ha ricevuto amore.

Molti professionisti potrebbero parlarmi del distacco che viene richiesto loro dal codice deontologico: nulla da obiettare se non che, al posto dell’affetto, vengono prescritti surrogati che, spesso, conducono a vere e proprie dipendenze, le quali cercano sempre un nuovo fulcro cui aggrapparsi. E non importa che si tratti solo di sostanze. La maggior parte delle volte, questa dipendenza si traduce in una forma affettiva che è fatta di nuove paure amplificate, insicurezze originanti altre insicurezze, finché questi soggetti incappano in personaggi senza scrupoli che, promettendo la felicità terrena, manipolano queste menti fragili attraverso abili sorrisi e sfruttamento mascherato da finta dolcezza. Alla fine, non si riesce più a comprendere chi ci ami davvero, solo perché siamo noi, in realtà, a non donare amore a noi stessi. Perché non l’abbiamo mai conosciuto o l’abbiamo dovuto accettare per ciò che era: limitato; condizionato; ricattato.

La vera malattia sta nella paura di non essere amati mai. La vera cura sta nell’amore che possiamo dare a noi stessi e agli altri. E questo amore non può e non deve essere subordinato ad un tornaconto personale, né da chi decide di donarlo (non è una compravendita), né da chi decide di riceverlo (non è un capriccio). Siamo chiamati ad essere il vero cambiamento in questo mondo la cui fame d’amore è arrivata fino alle stelle. Come fare? Dipende da noi.

E comincia da ora.

 

Paola Elena Ferri

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